Semplificare. Su un punto tutti sembrano d’accordo. Per riformare il mercato del lavoro occorre semplificarne l’accesso, ridurre il numero delle forme contrattuali d’ingresso. Co.co.co, a progetto, interinale, intermittente, tirocinio, apprendistato, formazione e lavoro….Negli anni, circa 40 forme di assunzione si sono depositate sulla spiaggia del nostro diritto del lavoro. Un’illusione tecnocratica, che prescriveva il bulino giuslavoristico come condizione per migliorare le performance occupazionali. Il tutto per accumulazione progressiva e fuori da un disegno organico.
Sull’esito di quste massicce dosi di flessibilità (contrattuali) in ingresso il dibattito scientifico è ovviamente aperto. Oggi l’Isfol aggiunge qualche numero utile alla riflessione.
In Italia – dice l’Isfol - la quota di contratti atipici riguarda il 12% degli occupati, ma tra i giovani sale al 25%. Che ne è stato “dopo”? Il 37% è passato a una forma standard di occupazione, il 43% è rimasto “atipico”, il 20% ha smesso di cercare lavoro.
E’ questo 20% a far riflettere. E’ una quota di giovani che - in assenza di flessibilità - non si sarebbe neanche accostato al mercato? O è piuttosto una quota che “il sistema Italia” ha perso per strada per eccesso di tecnocrazia giuslavoristica? La risposta sta sul confine sottile che divide flessibilità e precarietà. Quello che si prova a spostare in avanti in questi giorni “riformatori”.
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